Resilienza: la natura ci insegna a non spezzarci

Resilienza: la natura ci insegna a non spezzarci

Il sentiero di oggi ci porta a parlare di resilienza. Essere resilienti non significa “non sentire” il dolore, ma vuol dire adattarsi, piegarsi senza spezzarsi. In questo articolo vediamo come dare un senso alle difficoltà e ritrovare un nuovo equilibrio grazie alle risorse di resilienza.

La resilienza in natura

Passeggiando lungo un fiume avrai probabilmente notato la pianta del bambù. È una pianta che vive al confine tra due mondi: le sue radici sono nel fango, ma il suo fusto si protende verso il cielo, cavo e sottile.

Quando arriva la piena del fiume, la canna di bambù non cerca di opporre resistenza alle acque alte. Si piega, si flette, si abbassa quasi fino a lasciarsi sommergere. Sembra che stia per spezzarsi, ma in realtà sta facendo esattamente ciò che deve fare: cedere per non rompersi. E quando le acque si ritirano, la canna risale, intatta, come se nulla fosse successo.

Mentre gli alberi più antichi e massicci, con il loro legno duro e rigido, rischiano di spezzarsi sotto la violenza del vento e dell’acqua, il bambù fa esattamente l’opposto: si piega. Quella flessibilità non è debolezza: è una straordinaria capacità di distribuzione dell’energia. Quando la tempesta passa e il vento si placa, il bambù risale, dritto e intatto, come se nulla fosse successo.

Il bambù non è un caso isolato. In ecologia, scienza che studia le relazioni tra gli organismi viventi (piante, animali, microrganismi) e l’ambiente in cui vivono, il termine resilienza indica la capacità dell’ambiente naturale di assorbire una perturbazione limitando i danni e mantenendo le proprie funzioni intatte. Tutti i sistemi naturali sono continuamente sottoposti a stress ambientali e cambiamenti (incendi, tempeste, alluvioni, siccità prolungate o interventi umani) eppure, tramite meccanismi di adattamento, attraversano le crisi e continuano nei propri cicli naturali.

Questa capacità dipende dalla biodiversità, dalla presenza di specie che si adattano all’ambiente, dalla disponibilità di risorse e dalle interazioni tra gli organismi. Per questo la resilienza in natura non consiste semplicemente nella capacità di “tornare come prima”, ma nella possibilità di adattarsi al cambiamento e raggiungere un nuovo equilibrio dopo una fase di difficoltà.

Un esempio è rappresentato dalle zone colpite dagli incendi. Dopo un evento distruttivo, il paesaggio può apparire completamente compromesso: gli alberi danneggiati, molte specie animali si allontanano, la composizione dell’habitat trasformata. Alcune piante possiedono capacità di rigenerazione: alcune ricrescono dai tessuti rimasti vivi sotto la corteccia o nelle radici; altre producono semi che germinano proprio grazie al calore generato dal fuoco. Nel tempo, si sviluppa nuova vegetazione che crea le condizioni adatte per il ritorno della fauna selvatica.

In psicologia, la resilienza è esattamente questa flessibilità. Non è la capacità di “non sentire” il dolore o di rimanere invariati di fronte alle avversità: è la capacità di flettersi, adattarsi e, infine, trovare un nuovo equilibrio.


Cosa si intende per “Resilienza”

Il termine resilienza nasce in ambito fisico. Ha indicato la capacità di un materiale di resistere ad un urto improvviso e di sopportare sforzi applicati bruscamente, senza spezzarsi e senza avere danni. Questa capacità è l’indice di resilienza.

Il termine è stato poi utilizzato in vari ambiti. In biologia ha indicato la capacità di autoripararsi dopo un danno.

In ambito delle scienze umane il termine è stato utilizzato per definire un processo di risposa a circostanze avverse messo in atto da soggetti che si trovano in condizione di grande vulnerabilità: tale processo si caratterizza non solo per un’elevata capacità di resistenza, in modo coerente con il significato originale del termine, ma anche da uno spiccato orientamento alla trasformazione che permette lo sviluppo verso una nuova condizione più vantaggiosa.

Si tratta quindi di un processo di adattamento in cui l’insorgere di una complessità sollecita il soggetto ad attivare le risorse a sua disposizione – non tanto per resistere alla difficoltà e ritornare alla condizione precedente – ma in funzione di una rielaborazione che consenta una crescita attraverso la difficoltà.

In chiave psicologica la definizione di resilienza è più sfumata e dinamica. Inizialmente il concetto è stato utilizzato in ambito della psicologia dell’età evolutiva. Gli studi classici su questo tema hanno portato all’individuazione delle caratteristiche individuali e relazionali maggiormente in grado di garantire uno sviluppo normale, anche in situazioni famigliari e ambientali particolarmente svantaggiose.

Come suggeriscono Zautra, Hall e Murray (2010), la resilienza può essere definita come “la quantità di stress che una persona può sopportare senza subire un cambiamento fondamentale nella sua capacità di perseguire obiettivi che le danno una vita soddisfacente.”

Essere resiliente non significa “non crollare”, ma attraversare la difficoltà mantenendo vivi i propri obiettivi ed il proprio senso di vita.

I diversi lavori di ricerca in tema di resilienza psicologica hanno portato alla luce la poliedricità del concetto. Dagli studi emerge accordo su due condizioni: la presenza di una situazione altamente stressante e la conseguente evoluzione positiva in termini di benessere psico-sociale.

Tutto questo può sembrare astratto se non lo mettiamo a confronto con la vita reale. La resilienza non è un concetto da manuale, ma qualcosa che accade ogni giorno quando affrontiamo le “tempeste” del nostro ambiente.

Prendiamo tre situazioni che toccano tutti, direttamente o indirettamente: il lavoro, la famiglia, il lutto. In questi casi, la “flessibilità” di cui parlavamo con il bambù non è una teoria, ma una necessità vitale. Vediamo come funziona nella pratica, analizzando cosa succede quando la vita ci mette alla prova.

Tre storie di resilienza

1. Licenziamento: quando si rompe un equilibrio personale e professionale

Situazione: dopo anni di dedizione, arriva la notizia che non ci sarà più un posto per te in azienda. Non è un semplice cambio di mansione, è un taglio netto.

Conseguenze: la reazione iniziale è spesso un mix di rabbia, vergogna ed una sensazione di vuoto. Il rischio della rigidità è convincersi: “Se non vado bene all’azienda, significa che non valgo come persona”. È il momento in cui il bambù dell’esempio precedente rischia di spezzarsi perché gran parte dell’identità di quella persona era nel lavoro.

Risorse di Resilienza:

  • Separare “chi sono” da “cosa faccio”: la capacità di comprendere che il proprio valore come persona non dipende dal proprio ruolo lavorativo.
  • Chiedere aiuto: chiamare ex-colleghi, amici, persone fidate, con cui potersi confidare e confrontare. La resilienza è anche relazione: non si fa da soli.
  • Azione concreta: non aspettare che tutto torni come prima. Aggiornare il CV, esplorare nuovi settori o trasformare un’esperienza in un progetto autonomo.

Nuovo equilibrio: non si torna al lavoro di prima. Si ricostruisce un’identità professionale diversa, spesso più allineata ai veri desideri. Il lutto del “posto perso” lascia spazio alla libertà del “nuovo inizio”.


2. Neogenitori: tempesta nella calma

Situazione: l’arrivo di un figlio è un evento felice, ma per il nostro “ecosistema interno” è un grande cambiamento. Si interrompono le routine, il sonno, la coppia, l’identità di donna/uomo.

Conseguenze: alcune persone possono sentirsi sopraffatte da una stanchezza che non riescono a gestire oppure possono sentirsi in colpa per non essere “entusiaste” come dovrebbero secondo la società. La rigidità qui è pretendere che la vita resti identica a com’era prima: “Perché non mi riconosco più?”.

Risorse di Resilienza:

  • Trovare la leggerezza nel caos: la capacità di individuare anche piccoli momenti di gioia (un sorriso, un gioco) per non farsi schiacciare dal peso delle responsabilità.
  • Creatività domestica: creare nuovi rituali, nuovi equilibri economici, nuove forme di intimità di coppia.
  • Lasciar andare il controllo: accettare di non essere perfetti e di non poter controllare tutto. La resilienza qui è la capacità di “cedere” all’idea di dover gestire tutto perfettamente, e adattarsi al nuovo ritmo.

Nuovo Equilibrio: non si è più le stesse persone di prima, c’è bisogno di un nuovo equilibrio. La coppia che eravate prima non esiste più. Non perché sia fallita, ma perché si è trasformata in qualcosa di diverso: una coppia-genitori. È un’identità più complessa, che deve imparare a far convivere due ruoli che spesso sembrano in conflitto, con negoziazioni, collaborazione e accettazione del compromesso.


3. Il lutto: quando il mondo perde i colori

Situazione: la perdita di una persona cara è una perturbazione profonda: un vuoto che non sembra riempibile.

Conseguenze: il dolore è la reazione naturale. Il rischio della rigidità è il blocco: “Non posso andare avanti senza di te”. Oppure, al contrario, la negazione: “Devo essere forte, non devo piangere”.

Risorse di Resilienza:

  • Dare un senso al legame: mantenere viva la memoria della persona attraverso i ricordi, le parole, i gesti. Trovare un significato nel dolore, non come “castigo”, ma come segno di un amore profondo.
  • Condividere il peso: la presenza di altri che “contengono” il dolore. Parlare con qualcuno di caro, esprimere emozioni, paure e preoccupazioni.
  • Rielaborazione del dolore: con il tempo, il dolore si trasforma in gratitudine per aver vissuto una certa esperienza.

Nuovo equilibrio: non si “supera” il lutto, si attraversa e si impara a convivere con il ricordo. Il legame non si interrompe, cambia forma. Si impara a portare il vuoto come una parte di sé, senza che questo diventi il tutto.

Nei tre casi che abbiamo appena visto, cosa ha permesso di passare dalle conseguenze dolorose al nuovo equilibrio? Non la forza di resistere, ma la capacità di attivare delle risorse specifiche: il senso, le relazioni, i punti di forza personali.

Ma come si costruisce, o si riconosce, questa capacità? Perché alcune persone sembrano avere queste risorse innate e altre faticano a trovarle? Per rispondere, dobbiamo cambiare ancora una volta prospettiva. Dobbiamo smettere di guardare alla malattia ed iniziare a guardare a ciò che ci fa stare bene.”


Da “perchè sto male?” a “cosa mi fa star bene?” L’approccio di Antonovsky

Per capire davvero quanto sia potente la resilienza, dobbiamo cambiare prospettiva.

Da sempre la medicina e la psicologia si sono mosse in una direzione precisa: partire dal problema. Ci siamo abituati a chiederci “Qual è la causa della mia sofferenza?”, “Cosa c’è che non va?”, “Come elimino questo sintomo?”. È un approccio fondamentale e prezioso, ma ha un limite: ci costringe a guardare sempre il problema, ciò che non funziona, il sintomo.

Nel 1979, il sociologo Aaron Antonovsky propose di ribaltare la domanda. Non più “perché sto male?”, ma “cosa mi tiene in salute, nonostante tutto?”. Questo cambiamento di sguardo prende il nome di Approccio Salutogenico: invece di studiare le cause della malattia, studia le cause della salute.

Secondo Antonovsky, salute e malattia non sono due poli opposti tra cui scegliere, ma un continuum: tutti, ogni giorno, ci muoviamo lungo questa linea. Il nostro obiettivo non è evitare il dolore (che è impossibile), ma capire cosa ci aiuta a spostarci verso la salute anche quando soffriamo.

E qui entra in gioco la resilienza: non è uno scudo che ci protegge dal dolore, ma la risorsa che ci permette di trovare un senso anche nella difficoltà o nella sofferenza. La letteratura identifica due principali categorie di risorse di resilienza:

  • le risorse interne, legate alla persona, come ottimismo, autostima e autoefficacia;
  • le risorse esterne, legate alla qualità e all’entità delle relazioni sociali.

Le prime hanno a che fare con il modo in cui leggiamo noi stessi; le seconde con le persone su cui possiamo fare affidamento quando qualcosa non va. Nessuna delle due, però, funziona da sola. Perché ciò che tiene insieme ottimismo, autostima e relazioni è proprio quella capacità di cui parleremo sotto: dare un senso a ciò che stiamo attraversando. Per capire meglio dobbiamo prima comprendere con che cosa abbiamo a che fare nella vita di tutti i giorni: difficoltà e stress.


Stress: vento o tempesta?

Per comprendere le risorse di resilienza, dobbiamo fare chiarezza su una parola che usiamo spesso: stress. Spesso lo percepiamo come un nemico da eliminare, come un intruso che ci impedisce di stare bene, ma la psicologia e la fisiologia ci dicono che non è così semplice.

Il termine “stress” fu coniato negli anni ’30 da Hans Selye, che studiò come il corpo reagisce a qualsiasi richiesta esterna. Selye scoprì che lo stress non è di per sé “buono” o “cattivo”: è una risposta. È il sistema di allarme e di attivazione che il nostro organismo mette in moto.

La differenza non sta nella risposta, ma nella relazione che abbiamo con l’evento. Selye stesso distingueva:

  • L’Eustress (lo stress “buono”): è la sfida che permette di metterci in gioco. È lo stress che proviamo quando affrontiamo un compito difficile ma che vogliamo portare a termine, quando ci prepariamo per un esame importante, quando ci innamoriamo, o quando ci lanciamo in un progetto in cui crediamo. E’ quell’energia che ci attiva, ci permette di concentrarci, ci fa sentire “vivi”. Seguendo il nostro esempio di prima, lo stress buono è il vento che piega il bambù, ma lo rafforza nelle radici. Sono le sfide della vita.
  • Il Distress (lo stress “cattivo”): è la sofferenza derivante da un carico troppo pesante, imprevedibile o minaccioso. È il vento che spezza il ramo perché è troppo rigido, o perché il tronco è già malato, o perché la tempesta è semplicemente troppo forte.

La resilienza è la nostra capacità di gestire il distress e, quando possibile, trasformarlo in eustress.

Essere resiliente non significa “amare la sofferenza” o “resistere a tutto”. Significa riconoscere quando un evento ha superato la nostra capacità di gestire il carico e usare le nostre risorse interne ed esterne per ridimensionare il distress e trovare un nuovo equilibrio.

Quando il carico è troppo alto, la resilienza non ci suggerisce di “resistere di più”. Ci suggerisce di adattarci, di chiedere aiuto, di cambiare strategia, di trovare un senso al dolore, finché la tempesta non passa.

La resilienza è la nostra capacità di dire: “Questo è difficile, ma ce la posso fare”.


Dare un senso a ciò che succede: risorsa di resilienza

Abbiamo visto con Antonovsky che non siamo travolti dallo stress in sé, ma da quanto riusciamo a orientarci dentro di esso. Per chi desidera approfondire il modello del “Senso di Coerenza” di Aaron Antonovsky trova in descrizione all’episodio,  i riferimenti originali e la traduzione italiana del suo lavoro.

La sua idea, tradotta in modo semplice, è questa: attraversiamo meglio le difficoltà quando riusciamo a dare loro un senso. Non un senso filosofico, non una risposta definitiva sul perché la vita ci metta alla prova. Un senso pratico, quotidiano. Che si costruisce ponendosi tre domande concrete sulla situazione.

1. Capisco cosa sta succedendo?

Quando una difficoltà arriva, spesso ciò che spaventa non è l’evento in sé, ma la confusione che implica. “Cosa sta accadendo esattamente? Cosa dipende dalla situazione e cosa dipende da me? Cosa è successo davvero?” Mettere in fila i fatti, separare ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo o pensiamo, ridimensiona quasi sempre il problema. Una difficoltà descritta con precisione, quasi in modo oggettivo, fa meno paura di una difficoltà vissuta nella nebbia.

2. Quali risorse ho per affrontarla?

Non “come risolvo tutto”, ma “qual è la prima cosa concreta che posso fare”. “Chi, tra le persone che conosco, può darmi una mano? Cosa ho già fatto in passato in una situazione simile? Quali piccoli passi sono nelle mie possibilità oggi?“. Queste domande trasformano l’impotenza e la paura di agire in movimento. Anche un piccolo passo cambia qualcosa: sposta la persona da chi subisce a chi agisce.

3. Perché vale la pena attraversare questa difficoltà?

Questa è la domanda che attribuisce senso. Non significa trovare un lato positivo nel dolore — sarebbe irrispettoso e falso. Significa chiedersi: “Per cosa sto facendo questo sforzo? Cosa conta abbastanza per me da meritare questa fatica?” Un genitore regge notti insonni per amore. Una persona regge un percorso difficile per riappropriarsi della propria vita. Quando c’è un “perché”, la fatica diventa sopportabile.

Come scriveva Viktor Frankl: “chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come.”

Tre domande: uno sguardo lucido sulla situazione, nell’ordine giusto: prima i fatti, poi le risorse, infine il senso.


In pratica !

Le tre domande funzionano solo se le usiamo davvero. Ti propongo un esercizio semplice per le prossime difficoltà che devi affrontare.

Pensa ad una difficoltà che stai attraversando — anche piccola: un progetto bloccato, una conversazione rimasta in sospeso, una decisione che rimandi da tempo. Non serve il problema più grande della tua vita. Poi prendi un foglio e scrivi, una sotto l’altra:

  1. Cosa sta succedendo esattamente? Solo i fatti. Cosa è accaduto. Non cosa sto immaginando o pensando.
  2. Qual è la prima cosa concreta che posso fare? Anche piccola. Una telefonata, un messaggio, dieci minuti di pausa.
  3. Perché vale la pena farlo? Per chi lo sto facendo? Quale significato attribuisco al mio sforzo?

Scrivere conta più che pensare. Sul foglio la nebbia si dirada: vedi dove finisce il problema e dove cominciano le tue risorse.

Tieni quel foglio con te. Rileggilo tra una settimana: probabilmente scoprirai che la situazione è già cambiata, o che hai cambiato il modo di guardarla.

È così che il bambù attraversa la piena: non capendo il fiume, ma sapendo dove affondano le sue radici.


Preferisci ascoltare?

🎧 Ogni articolo è accompagnato anche da un episodio del podcast “Sentieri di Benessere: psicologia, natura e benessere”, che tratta le stesse tematiche dell’articolo. Clicca qui per ascoltare su Spotify ➡️ episodio 07-

A presto e buona strada!

Dottoressa Psicologa Michela Teodoro


Disclaimer: gli articoli presenti in questo blog e i contenuti del podcast hanno scopo informativo e divulgativo. Non sostituiscono in alcun modo il parere del medico, la diagnosi o la terapia psicologica individuale. Per problematiche specifiche, si raccomanda di rivolgersi a un professionista di fiducia.


Bibliografia

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